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Una foglia di fico si staglia contro uno sfondo grigio.
E' il primo lavoro di Fabio Cresci all'uscita dall'Accademia
di Belle Arti di Firenze, nel 1982. Nella grande sala
della Galleria Salvatore Ala di New York, dove viene
esposta, l'opera occupa una buona parte della parete
bianca. Dimensioni monumentali, come spesso in Cresci.
La foglia campeggia al centro della composizione. E'
colore puro, pigmento diluito in acqua e pochissimo
collante. Acquarello su tela. La forma dell'oggetto
determina il background. Successivamente, "il cielo"
prende vita autonoma e lascia affiorare ombre di volti,
tono su tono. Celeste, ocra, porpora, verde. Quadri
quasi monocromatici che si accostano, in sequenza. Fino
a fondersi, in opere ulteriori. Sono le Colorazioni,
strisce di pigmento puro che si muovono in curve irregolari
sulla superficie, lasciando vuoti sbrani di luce bianca.
Una danza armonica o forse una lotta per la conquista
dell'illuminazione. Variazioni su tema che Cresci ripropone
per anni, attribuendo un significato speciale alla disposizione
delle tele negli spazi espositivi che le accolgono.
Ogni luogo ha bisogno di uno studio specifico, per creare
equilibri tra le dimensioni delle pareti e quelle di
queste opere, in cui il colore crea la forma, la luce,
il volume. Un tonalismo moderno, oltre Delaunay e l'Orfismo.
Nel 1989, quasi per caso, Fabio scopre
la linea. Trova un sassolino in tasca, ne segue i profili
con un matita su un foglio. Lo ingrandisce, con il sistema
della quadrettatura. Lo fa diventare montagna. Fisico.
L'artista ne ritaglia la figura su cellulosa, la materia
prima che scopre a queste date e che non abbandonerà
più. Crea da solo fogli di "carta".
Non può prevedere il risultato, determinato dalla
gravità, da processi fisici e chimici orchestrati
da Qualcun'altro. Fisicità che nasce dall'evanescenza
della ricerca precedente. Concretezza grigia, omaggio
all'ordine precostituito dell'esistente, che a noi è
dato solo osservare, comprendere, rimettere insieme.
I profili lineari di piccole pietre si ingigantiscono
fino a coprire la zona inferiore dei muri dello studio
dell'artista. L'esterno è all'interno. Ma torna
fuori nel giardino di rose dello studio di Primo Conti,
in cui Cresci realizza un intervento per la mostra alla
Fondazione, "Fiesole, 21 giugno 1993 a mezzogiorno",
a cura di Pier Luigi Tazzi. L'ambiente della casa, ancora
così impregnato della personalità di Conti,
non permette intromissioni pesanti. Così Fabio
sceglie il minuto giardino, dove si inserisce discretamente
con i profili dei suoi Fisici, ripetizione delle
montagne in lontananza.
Ancora da un oggetto apparentemente insignificante,
sorge nel 1993 un nuovo brano della ricerca dell'artista.
Un gadget vinto dal benzinaio. Un frammento ondeggiante,
di plastica. Cresci lo osserva e lo disegna sulle pareti
del modellino del suo studio, costruito per provare
la disposizione delle opere in scala. Pareti di una
scatola che cambia funzione. Il perimetro dell'oggetto
ingrandito viene ripetuto sulla superficie; poi ritagliato,
per lasciare contorni delineati dal vuoto. Ed è
il vuoto che lo sostiene. E' nato un balcone. Un affaccio
sul reale. Un processo inconsapevole ha guidato l'artista
verso una nuova fase. Può essere solo opera del
caso? O c'è, invece, un'Intelligenza che predispone,
che accompagna e fa incontrare? Il modello si ripete,
componendosi di tavole di compensato coperte da stratificazioni
di cellulosa bianca. Cresci le pone orizzontalmente,
come balaustre. Nella mostra "Il Formaggio e i
vermi" curata da Marco Scotini e Laura Vecere al
Palazzo Casali di Cortona, una fila spezzata di transenne
divide la sala in due parti. Due sono le porte tramite
cui accedere. La prima, larga e comoda, ci introduce
nella zona "buia" della stanza, lontano dalle
finestre. La seconda, stretta e coperta di argilla bagnata,
è difficile da oltrepassare; ma ci dà
accesso alla luce. Insistendo su metafore bibliche,
l'artista porta i visitatori a vivere la lotta per l'illuminazione,
davvero difficile da conquistare. In alcune installazioni,
Cresci capovolge la posizione delle sue tavole traforate:
le pone verticalmente, sostenute da una breve base.
Diventano scranni. E' accaduto in "Bù",
mostra curata da Elisabetta Baiocco nel 1998, nel contesto
di un progetto di Sergio Risaliti alle Papesse di Siena.
Nello spazio di un vecchio ripostiglio, Fabio ha ricavato
la sua nicchia, facendo abbattere il muro che la chiudeva.
Ha sistemato al suo interno due troni, rivolti verso
una lampada posta nella cavità. Ombre cinesi
proiettavano i ritagli delle "spalliere" su
tutto l'ambiente: il vano delle scale. Una corona ed
uno scettro erano posti accanto ai due seggi. Allegoria
del Regno dei cieli, così come del regno dell'arte,
rivolto verso la luce. La riflessione di Cresci continua
a svilupparsi nella stessa direzione. Partiamo dal libro
di testo, la natura. Non possiamo creare, solo scoprire.
Col lavoro per Dopopaesaggio, figure e misure dal
giardino, nel 1997, l'artista introduce il tema
dei fiori. Fiori di campo, che nascono al ciglio delle
strade e sopravvivono alle mille aggressioni delle auto.
L'artista ne fotografa alcuni, durante una passeggiata.
Ne traspone le immagini su strappi di cellulosa, tramite
un processo di foto-impressione. Solo il pigmento, come
ai tempi delle Colorazioni, si fissa sul supporto
ruvido e irregolare. Fabio dispone le corolle sulle
pareti candide della dispensa del Castello di Santa
Maria Novella, vicino Certaldo. Ecco un nuovo giardino
dell'Eden.
Cresci torna a Dopopaesaggio nel 2000, con un
secondo, impercettibile intervento. Un seme di zucca
fuso in oro interrato sotto il pavimento, nei pressi
della porta del castello che conduce al cortile interno.
Né colui che pianta né colui che innaffia
è qualche cosa, ma chi fa crescere.
Il seme diventa un altro dei temi ricorrenti dell'artista.
Un elemento- simbolo del suo complesso pensiero. Nella
sua ultima personale, presentata nel febbraio 2002 alla
Galleria Biagiotti di Firenze, Cresci sintetizza il
suo percorso verso la conquista della luce. Tre stanze,
tre tappe successive. Armi ritagliate in cellulosa nera
contrastano sulle pareti. Sono gli strumenti della lotta
interiore. Che arriva al raggiungimento del seme d'oro,
minimale fonte di vita, esposto da solo nella sala al
piano superiore. In alto. "D'altra parte (certa
poesia lo ricorda)/ anche nel migliore dei casi "tu
scopri, non inventi; e ciò che scopri c'era prima
di te.../ Vorresti scriverci il tuo nome su?...Che importa
a te del nome?""1.
1 F. CRESCI,
Lettera a Fabio, in Aperto Italia '95, cat. mostra
a cura di F. BONAMI, E. DE CECCO, H. KONTOVA, G. PERRETTA,
S. RISALITI, M. SENALDI, 1995, p. 30
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