Fabio Cresci (Marcignana, 1955)


Una foglia di fico si staglia contro uno sfondo grigio. E' il primo lavoro di Fabio Cresci all'uscita dall'Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 1982. Nella grande sala della Galleria Salvatore Ala di New York, dove viene esposta, l'opera occupa una buona parte della parete bianca. Dimensioni monumentali, come spesso in Cresci. La foglia campeggia al centro della composizione. E' colore puro, pigmento diluito in acqua e pochissimo collante. Acquarello su tela. La forma dell'oggetto determina il background. Successivamente, "il cielo" prende vita autonoma e lascia affiorare ombre di volti, tono su tono. Celeste, ocra, porpora, verde. Quadri quasi monocromatici che si accostano, in sequenza. Fino a fondersi, in opere ulteriori. Sono le Colorazioni, strisce di pigmento puro che si muovono in curve irregolari sulla superficie, lasciando vuoti sbrani di luce bianca. Una danza armonica o forse una lotta per la conquista dell'illuminazione. Variazioni su tema che Cresci ripropone per anni, attribuendo un significato speciale alla disposizione delle tele negli spazi espositivi che le accolgono. Ogni luogo ha bisogno di uno studio specifico, per creare equilibri tra le dimensioni delle pareti e quelle di queste opere, in cui il colore crea la forma, la luce, il volume. Un tonalismo moderno, oltre Delaunay e l'Orfismo.

Nel 1989, quasi per caso, Fabio scopre la linea. Trova un sassolino in tasca, ne segue i profili con un matita su un foglio. Lo ingrandisce, con il sistema della quadrettatura. Lo fa diventare montagna. Fisico. L'artista ne ritaglia la figura su cellulosa, la materia prima che scopre a queste date e che non abbandonerà più. Crea da solo fogli di "carta". Non può prevedere il risultato, determinato dalla gravità, da processi fisici e chimici orchestrati da Qualcun'altro. Fisicità che nasce dall'evanescenza della ricerca precedente. Concretezza grigia, omaggio all'ordine precostituito dell'esistente, che a noi è dato solo osservare, comprendere, rimettere insieme. I profili lineari di piccole pietre si ingigantiscono fino a coprire la zona inferiore dei muri dello studio dell'artista. L'esterno è all'interno. Ma torna fuori nel giardino di rose dello studio di Primo Conti, in cui Cresci realizza un intervento per la mostra alla Fondazione, "Fiesole, 21 giugno 1993 a mezzogiorno", a cura di Pier Luigi Tazzi. L'ambiente della casa, ancora così impregnato della personalità di Conti, non permette intromissioni pesanti. Così Fabio sceglie il minuto giardino, dove si inserisce discretamente con i profili dei suoi Fisici, ripetizione delle montagne in lontananza.

Ancora da un oggetto apparentemente insignificante, sorge nel 1993 un nuovo brano della ricerca dell'artista. Un gadget vinto dal benzinaio. Un frammento ondeggiante, di plastica. Cresci lo osserva e lo disegna sulle pareti del modellino del suo studio, costruito per provare la disposizione delle opere in scala. Pareti di una scatola che cambia funzione. Il perimetro dell'oggetto ingrandito viene ripetuto sulla superficie; poi ritagliato, per lasciare contorni delineati dal vuoto. Ed è il vuoto che lo sostiene. E' nato un balcone. Un affaccio sul reale. Un processo inconsapevole ha guidato l'artista verso una nuova fase. Può essere solo opera del caso? O c'è, invece, un'Intelligenza che predispone, che accompagna e fa incontrare? Il modello si ripete, componendosi di tavole di compensato coperte da stratificazioni di cellulosa bianca. Cresci le pone orizzontalmente, come balaustre. Nella mostra "Il Formaggio e i vermi" curata da Marco Scotini e Laura Vecere al Palazzo Casali di Cortona, una fila spezzata di transenne divide la sala in due parti. Due sono le porte tramite cui accedere. La prima, larga e comoda, ci introduce nella zona "buia" della stanza, lontano dalle finestre. La seconda, stretta e coperta di argilla bagnata, è difficile da oltrepassare; ma ci dà accesso alla luce. Insistendo su metafore bibliche, l'artista porta i visitatori a vivere la lotta per l'illuminazione, davvero difficile da conquistare. In alcune installazioni, Cresci capovolge la posizione delle sue tavole traforate: le pone verticalmente, sostenute da una breve base. Diventano scranni. E' accaduto in "Bù", mostra curata da Elisabetta Baiocco nel 1998, nel contesto di un progetto di Sergio Risaliti alle Papesse di Siena. Nello spazio di un vecchio ripostiglio, Fabio ha ricavato la sua nicchia, facendo abbattere il muro che la chiudeva. Ha sistemato al suo interno due troni, rivolti verso una lampada posta nella cavità. Ombre cinesi proiettavano i ritagli delle "spalliere" su tutto l'ambiente: il vano delle scale. Una corona ed uno scettro erano posti accanto ai due seggi. Allegoria del Regno dei cieli, così come del regno dell'arte, rivolto verso la luce. La riflessione di Cresci continua a svilupparsi nella stessa direzione. Partiamo dal libro di testo, la natura. Non possiamo creare, solo scoprire.

Col lavoro per Dopopaesaggio, figure e misure dal giardino, nel 1997, l'artista introduce il tema dei fiori. Fiori di campo, che nascono al ciglio delle strade e sopravvivono alle mille aggressioni delle auto. L'artista ne fotografa alcuni, durante una passeggiata. Ne traspone le immagini su strappi di cellulosa, tramite un processo di foto-impressione. Solo il pigmento, come ai tempi delle Colorazioni, si fissa sul supporto ruvido e irregolare. Fabio dispone le corolle sulle pareti candide della dispensa del Castello di Santa Maria Novella, vicino Certaldo. Ecco un nuovo giardino dell'Eden.
Cresci torna a Dopopaesaggio nel 2000, con un secondo, impercettibile intervento. Un seme di zucca fuso in oro interrato sotto il pavimento, nei pressi della porta del castello che conduce al cortile interno. Né colui che pianta né colui che innaffia è qualche cosa, ma chi fa crescere.
Il seme diventa un altro dei temi ricorrenti dell'artista. Un elemento- simbolo del suo complesso pensiero. Nella sua ultima personale, presentata nel febbraio 2002 alla Galleria Biagiotti di Firenze, Cresci sintetizza il suo percorso verso la conquista della luce. Tre stanze, tre tappe successive. Armi ritagliate in cellulosa nera contrastano sulle pareti. Sono gli strumenti della lotta interiore. Che arriva al raggiungimento del seme d'oro, minimale fonte di vita, esposto da solo nella sala al piano superiore. In alto. "D'altra parte (certa poesia lo ricorda)/ anche nel migliore dei casi "tu scopri, non inventi; e ciò che scopri c'era prima di te.../ Vorresti scriverci il tuo nome su?...Che importa a te del nome?""1.



1 F. CRESCI, Lettera a Fabio, in Aperto Italia '95, cat. mostra a cura di F. BONAMI, E. DE CECCO, H. KONTOVA, G. PERRETTA, S. RISALITI, M. SENALDI, 1995, p. 30